16 ottobre 1943: il rastrellamento del quartiere ebraico di Roma
Il 16 ottobre del 1943 i nazisti, coadiuvati dalla polizia fascista, eseguirono il rastrellamento del quartiere ebraico di Roma. Quella mattina furono arrestati e deportati ad Auschwitz più di mille ebrei, dei quali fecero ritorno solo in 16. Ma per capire meglioi fatti, occorre procedere con ordine cronologico. Il 25 luglio 1943 Benito Mussolini viene deposto dal Gran consiglio del fascismo con stupore dei nazisti che si aspettavano una reazione dei fascisti. Il re incarica il maresciallo Badoglio di formare un nuovo governo, il quale firma l’armistizio con gli alleati e tenta di far uscire il Paese dalla guerra. Ma il suo primo atto è la fuga, assieme al re, a Brindisi. A questo punto per i nazisti l’Italia diventa nazione nemica il cui esercito è allo sbando e senza ordini. I tedeschi l’8 settembre espugnano Porta San Paolo, occupano Roma e firmano un accordo con quello che resta dell’esercito italiano per stabilire lo stato di Roma come “Città aperta” agli ordini del generale Calvi di Bergolo. Due settimane dopo quest’ultimo sarà arrestato al Viminale dai tedeschi tramite un’azione spettacolare i cui uomini impiegati, secondo lo stesso generale, erano sufficienti ad espugnare una fortezza. La Questura centrale venne lasciata intatta. Dipendeva direttamente dal ministero dell’Interno della Repubblica Sociale italiana e, dopo il 16 ottobre, operò per dare la caccia agli ebrei, specialmente dalla fine del gennaio 1944, quando nella capitale arrivò il questore Pietro Caruso in sostituzione di Roselli, ritenuto poco incisivo nella questione ebraica. A Roma i tedeschi istituirono l'Aussenkommando, una struttura militare creata nelle città occupate per metterle sotto sicurezza e combattere ogni sorta di Resistenza. L’Urbe venne usata come retrovia dell’esercito e si diede vita ad un comando militare di piazza agli ordini del generale Rainer Stahel dipendente, a sua volta, dal generale Albert Kesselring, comandante dell’Italia centromeridionale. Herbert Kappler, futuro boia di via Tasso, venne scelto come comandante della Gestapo di Roma. Il suo contributo fu decisivo per la liberazione di Mussolini a Campo Imperatore. A questo punto la situazione per gli ebrei precipita. Gli antefatti diretti agli arresti del 16 ottobre 1943 sono il ricatto dell’oro e il saccheggio degli uffici della Comunità Ebraica di Roma e del Collegio Rabbinico avvenuti il 13 ottobre del 1943. È Il maggiore Kappler a dare il via alla goldaktion. Alle 18:00 di domenica 26 settembre convoca Dante Almansi e Ugo Foà, rispettivamente i presidenti dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane e della Comunità Israelitica di Roma e comunica loro che se entro quarantotto ore non avessero consegnato cinquanta chili d’oro i nazisti avrebbero deportato duecento capifamiglia. Il Maggiore aggiunse che nel caso di difficoltà pratiche avrebbe messo a disposizione i propri uomini e mezzi e che poteva andar anche bene l’equivalente in sterline e dollari, ma non lire perché di quelle ne poteva stampare a volontà. La sera stessa in Comunità cominciò la raccolta dell'oro. Qualcuno lo offrì in vendita. Di conseguenza si iniziò ad accettare anche del denaro in contante. Intorno alle undici di martedì 28 settembre si raggiunse l’obiettivo, e avanzarono due milioni di lire. Al capitano Schultz vennero consegnate dieci scatole di cartone contenenti il metallo prezioso. L’ufficiale nazista, dopo aver mosso alcuni dubbi sulla quantità (che eccedeva di 300 grammi il dovuto) non volle firmare nessuna ricevuta, probabilmente per non lasciar traccia di quel crimine. Negli ambienti ebraici alcuni credevano che i tedeschi avrebbero mantenuto la parola, perché pensavano che, nonostante tutto, fossero un popolo che manteneva la parola. Ma non fu così. I nazisti avevano già ben in mente cosa fare. Così, il 16 ottobre ebbe luogo il grande arresto. Le operazioni cominciarono alle 5:30 e finirono alle 14:00. Gli uomini partirono dalla caserma Macao per dividersi nelle 26 zone in cui era stata ripartita la capitale. Secondo Gabriele Rigano vengono arrestate 1.265 persone, 252 delle quali rilasciate perché prese per sbaglio, e successivamente portate al Collegio Militare, in via della Longara, a due passi dal Vaticano, dove furono ammassate nel cortile. Non c’era la possibilità nemmeno di usare le latrine. Due donne ebbero le doglie e partorirono. Un uomo morì d’infarto. Alcuni parenti giunsero per consegnare cibo e biglietti senza ottenere notizie dei loro cari. Dopo due giorni, il 18 ottobre, dalla Stazione Tiburtina partì un convoglio diretto ad Auschwitz con 1.022 ebrei di cui solo 16 (15 uomini e una donna, Settimia Spizzichino) fecero ritorno a casa.I nazisti come facevano ad avere gli indirizzi precisi? Hanno puntato direttamente il quartiere ebraico dove erano sicuri di trovare gli ebrei, bussando, addirittura, sulle loro porte.Bisogna sottolineare che degli arrestati soltanto il 43% risultava residente dentro il quartiere ebraico e che gli elenchi degli indirizzi degli ebrei furono forniti dalle questure e prefetture e non sottratti in Comunità come qualcuno pensava. Cosa che indusse molti a puntare il dito contro Ugo Foà, reo di non aver distrutto le liste degli indirizzi. Gli elenchi di cui si servirono i nazisti erano stati preparati fin dal 1938 quando con la Legge del 17 novembre il regime fascista rese obbligatoria per gli ebrei l’autodenuncia di appartenenza alla razza ebraica. I tedeschi non fecero altro che farsi consegnare quei documenti dalla polizia italiana. Inoltre, è stato ampiamente dimostrato che gli arrestati non provenissero unicamente dai ceti meno abbienti poiché quasi la metà delle famiglie coinvolte nella retata erano iscritte alle liste dei contribuenti. Infatti, furono arrestati anche personaggi del calibro dell’ammiraglio Capòn, suocero di Enrico Fermi che per evitare la cattura mostrò, inutilmente, ai tedeschi le lettere che gli aveva mandato Mussolini.
Considerando le cifre relative alle deportazioni avvenute in altri territori occupati e il numero di arrestati previsti (circa 6.000), si potrebbe affermare che la retata romana fu un insuccesso a fronte dei 13.000 - 13.500 ebrei che vivevano nella capitale. La minore portata delle persecuzioni in Italia fece compiere agli storici l’errore di escluderla dalla storia della Shoah, considerandola unicamente una vittima dell’aggressione nazista che durante il regime fascista imitò per filo e per segno la tendenza razzistica dell’alleato tedesco; L'ordine di preparare la deportazione fu ricevuto del 1943 il 25 settembre da Herbert Kappler direttamente da Heinrich Himmler, il Reichsführer delle SS. Il gerarca nazista in un primo momento cercò di evitarla o almeno di rinviarla, poiché riteneva che tutte le forze militari dovessero essere concentrate sul mantenimento del fronte e che una tale operazione avrebbe potuto inasprire ancor di più i rapporti tra i tedeschi e i romani correndo il rischio di dar vita ad un’insurrezione come quella di Napoli. Tuttavia la richiesta venne respinta. L’organizzazione della retata venne affidata a Theodor Dannecker, specializzato in questo tipo di operazioni. A Parigi predispose la retata del Vel d’Hiv tra il 16 e il 17 luglio 1942. Fece arrestare 13.000 ebrei e dopo averli rinchiusi nel Velodromo d’inverno, li fece deportare. Successivamente si spostò in Ungheria dove arrestò 430.000 ebrei. Il capitano delle SS giunse a Roma il 30 settembre del 1943 e in soli sedici giorni pianificò il tutto, ma ebbe cura, prima, di parlare con Wilhelm Harster, a capo dei servizi segreti nazisti in Italia, per assicurarsi la sua collaborazione.
Una delle tre unità che si occuparono dell’operazione era interamente formata da soldati riservisti, tutti tra i 34 e i 37 anni che fino al giorno della chiamata avevano svolto lavori normali come panettiere o giardiniere. Quindi, la più grande razzia degli ebrei sul territorio italiano non fu compiuta da esperti di politica antiebraica, né da forze addestrate alla persecuzione degli ebrei, ma da persone normali e ciò spiega anche perché molti, per fortuna, riuscirono a salvarsi. Un tentativo per fermare la retata venne fatto da Eitel Friedrich Moellhausen, il più alto rappresentante dell’Ambasciata tedesca a Roma, il quale mandò un telegramma a Berlino dove chiedeva il permesso di impiegare gli ebrei nei lavori forzati, com’era successo in Tunisia, piuttosto che liquidarli. Il suo linguaggio eccessivamente chiaro non fu molto gradito in Germania, poiché quelle informazioni potevano arrivare nelle mani del nemico e rappresentare una prova dei loro crimini. Timore non infondato poiché il telegramma di Moellhausen venne intercettato dai servizi di intelligence americani e inglesi grazie al lavoro di Fritz Kolbe, alias Georg Wood, che collegava la Wehrmacht col ministero degli Esteri tedesco. Moellhausen successivamente si recò, insieme a Kappler, a Frascati per incontrare Kesserling e proporgli di applicare anche a Roma la soluzione tunisina, ma senza successo. Considerate le condizioni del conflitto che lasciavano presagire l’imminente arrivo degli alleati, lo studioso Giancarlo Spizzichino non escludeva l’ipotesi che la presa di posizione di Moellahausen e di Kappler potesse essere un tentativo per esonerarsi dalla correità verso azioni per le quali i nazisti avrebbero dovuto dar conto ai vincitori una volta persa la guerra. La vicenda degli arresti del 16 ottobre 1943 non deve essere dimenticata. Affinché le nuove generazioni non commettano gli stessi errori delle precedenti. In questo caso la memoria deve servire da monito, per migliorare la nostra esistenza e creare un mondo migliore.